La persona a cui ho chiesto di rispondere alle mie domande è un'esponente di primissimo rilievo nel panorama internazionale riguardante la filosofia pratica ed il Counseling Filosofico. Giancarlo Marinelli, insegnante di filosofia in un liceo a Terni, Counselor filosofico (abilitato da Sicof) e direttore responsabile della Scuola Umbra di Counseling filosofico a Roma, è una persona anzitutto delicata: qualità strana per un filosofo. Una persona che sembra abbia compreso il segreto della filosofia, intesa come pratica per la vita, per il bene della vita. Un saggio, si direbbe.
In questa intervista si toccano tematiche di grande importanza che ancora oggi sono irrisolte. Mi scuserete allora della insuperabile parzialità delle risposte, invitandovi a partecipare sollevando dubbi e proponendo riflessioni personali sulle questioni che vengono trattate.
Buona lettura.
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Mentre i giorni continuano a passare inesorabilmente mi accorgo che qualcosa sta cambiando. Compro i giornali nazionali, riviste che si occupano di benessere e cura dell’uomo, e sento parlare di Consulenza filosofica. In Italia in particolare, esiste il Counseling filosofico, del quale lei costituisce uno tra i maggiori “promotori”. Quali sono le differenze tra le due discipline, tra il Counseling filosofico e la Consulenza filosofica? Vorrei iniziare la risposta con una battuta: il counseling filosofico è la filosofia che non ha paura di mantenersi aperta, che non ha paura di attivare e mantenersi fedele a quei “discorsi senza padrone” che già secondo Platone ( o meglio secondo Socrate) caratterizzano il modo di parlare e di vivere, del cercatore della Saggezza (SOPHIA). E’ una delle infinite possibili forme (ma storicamente determinate, alcune di fatto già date) in cui la filosofia ritrova ma anche raggiunge il suo destino di apertura totale. Talvolta quello che in Italia prende il nome di consulenza filosofica anche se a parole afferma cose simili poi di fatto si barrica in una purezza che più che essere filosofica è “accademica”, “specialistica” e tesa in tal modo a “fare bottega”.
I discorsi senza padrone quelli che davvero, come dice Socrate “servono l’uomo” e che non si basano sul comprimere e asservire l’ispirazione e i bisogni del singolo uomo, conducono fatalmente l’uomo verso le zone di confine, e oltre esse, comprese le zone di confine tra una disciplina e un’altra (soprattutto, nel nostro caso, le zone di confine e di intersezione tra filosofia e psicologia), e questo ovviamente solo a patto di saper tener conto, anzi di potenziare, e mantenere attivo lo specifico di ogni disciplina, di ogni ente-scienza. L’apertura, il dialogo in senso radicale, mantenersi fessurati, con i legami liberi non significa infatti trascurare la natura di ogni singolo elemento ma paradossalmente attuarlo, significa spingerlo verso la sua realizzazione ulteriore, attuarlo di più.
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Nella sua esperienza di Counselor, chi è la persona che si rivolge a lei e perché? Chi nella sua dimensione quotidiana vive la relazione di aiuto, di chiarificazione trova sempre anche se non lo avesse deciso in anticipo che c’è un tipo di persone con cui si trova a che fare, c’è sempre un tipo ricorrente di persone (e questo riguarda anche chi fa psicoterapia, ma anche, ho diverse testimonianze a riguardo, anche chi fa consulenza di lavoro) e non deriva solo dal cercare una specializzazione. Anzi la specializzazione nelle proprie aree di intervento è, credo, più una conseguenza che una causa di questo innegabile fatto di ritrovarsi con uno o alcuni tipi di persone che per lo più ti cercano e che porti avanti.
Per me come è caratteristico del counseling filosofico ricorrono spesso persone che hanno dei malesseri abbastanza chiari e che però con una certa naturalezza iniziano a sgranchirsi, a rasserenarsi accettando di iniziare un cammino di chiarificazione esistenziale, un’esplorazione affascinante dei loro vissuti, a cominciare da quelli che gli fanno più difficoltà. Spesso si tratta di malesseri depressivi, di tristezza, di stasi nelle azioni, di demotivazioni…
- Viene subito da chiedersi come mai la filosofia ad un certo punto si sia “risvegliata” e abbia ricominciato ad occuparsi dell’uomo, della quotidianità, dei problemi affettivi, relazionali e lavorativi. Alcuni esponenti (come Galimberti) associano questa “scesa” in campo della filosofia come un percorso obbligato, conseguente al fatto che la psicoanalisi e le psicoterapie non offrono più degli strumenti adatti per la cura della persona. Lei condivide questa posizione? Esiste una differenza, anche di metodo e di indagine, tra le due discipline? Il problema della psicoanalisi e delle psicoterapie intese in senso specifico è che creano e spesso ricercano una certa dipendenza che lasciano poi alla base del percorso terapeutico. Ma questo atteggiamento risulta depauperare la stessa terapia: questo perché è un percorso di terapia dell’anima e mancare proprio nello sviluppare autonomia e libertà sia pure e proprio dentro la promozione di forme di relazione rappresenta senz’altro un blocco dello stesso significato di fondo, dello stesso senso di cura dell’anima che è caratteristico della psicoanalisi e delle psicoterapie. E questo nonostante l’indiscutibile fatto che la cura dell’anima, l’approfondimento anche filosofico della conoscenza di sé stessi abbia trovato nella psicoanalisi e nelle psicoterapie dei profondissimi sviluppi (basta ricordare che Jung considerava la psicoanalisi una forma aggiornata dell’atteggiamento socratico del “conosci te stesso”), un atteggiamento che la filosofia moderna, occorre avere l’onestà di dirlo, ha spesso disatteso.
Promuovere l’autonomia, comunque, puo venire solo dall’avere fiducia in essa, e questo può venire solo da impianti epistemologici, teorici, può venire solo da una base ideale che ne sappia tenere conto, che la sappia mettere in conto, che la sappia pensare, sentire, evocare, e in questo senso la sappia intercettare, cogliere e dunque promuovere, sollecitarla, laddove essa si mostri pesantemente e coscientemente appannata. E questo significa, in una parola: filosofia. Anche se una filosofia che sappia davvero seguire ispirazione e discorsi “senza padroni”, che non si trinceri più dietro nessuna specializzazione. Una filosofia che sia come ha scritto recentemente Ran Lahav, anche una “trans-philosphia”, un termine che vuole solo significare nel modo più pregnante e temerario che la ricerca della sapienza concreta esistenziale della problematica della vita in generale, e della vita di ognuno si deve sempre anche esprimere come un superamento un non cadere, anzi non rimanere in nessuna gabbia, nemmeno nelle gabbie concettuali e teoriche delle varie specializzazioni, dei ruoli intellettuali, ecc.
- Una delle caratteristiche del Counseling filosofico, rispetto alla Consulenza filosofica, è di non lasciare il sapere della psicologia ai soli psicologi, ma di condividerne alcuni aspetti. Come mai il Counseling filosofico non può fare a meno di questa disciplina?Da quanto detto sopra mi sembra, poi, (per rispondere all’ultima delle tue preziose domande) che una filosofia che si impedisca di seguire le risonanze con le altre discipline anche dove palesemente ne va dell’ampliamento della comprensione del mondo umano, sia, per usare un’immagine psicoanalitica, più che una filosofia una auto-castrazione, un auto-castrazione della propria autocoscienza.
Un simile atteggiamento più che una nuova filosofia concreta, più che una vera pratica filosofica, sembra una fuga di fronte alle ispirazioni profonde della filosofia che si è sempre spinta verso i confini e al di là di essi, per rendere sempre più fluidi ( e nient’affatto cancellare) ogni confine, e profondamente inadempiente a livello di cura dell’anima (come se un chirurgo nello sviluppare la sua disciplina la conoscenza e le tecniche della sua disciplina si rifiutasse di interessarsi, di tener conto e di assimilare, per quello che può, all’interno della sua disciplina, le scoperte e i risultati degli studi della biochimica, o della medicina che riguarda il metabolismo, o anche solo di tenere conto, e di studiare, per quello che è di sua competenza, l’impatto che l’ambiente psicologico può avere sugli individui soggetti ad interventi o nel decorso posto-operatorio)…Più che una nuova filosofia, è una vecchia saccenteria.