martedì 24 novembre 2009

Sta cambiando il tempo














Sta cambiando il tempo, il mio tempo sta cambiando
non sono più solo, faccio di tutto per non esserlo
e cerco una risposta vera non una rassicurazione
il privilegio di poggiarsi a questo molo
per osservare un giorno la città più bella
senza di me e con me, con i nostri figli
le nostre idee impastate per la gente.

È vero stiamo cambiando insieme, le notti
sono grembo, non più parto di discorsi
senza fine, non più così incapaci di spartirci
l’amore sopra questi cavalcavia, al galoppo
di un domani recintato da paure.

Mi chiedo se sono ciò che ero e guardo
queste mani, l’identico tremore di sempre
senza sapere se sia indizio di ciò che sarà
ma credo in questo corpo che indosso
che cambia e non s’arresta, credo che il futuro
sia nostro più di quanto abbiamo vissuto
e solo in questo sguardo che vede oltre
trovo pace con la morte.

martedì 10 novembre 2009

Ci sono luoghi



















Ci sono luoghi azzurri più del solito
che possiamo incontrare oltre la rete
grigia che ci collega al mondo: terre sospese
in un silenzio autunnale, ricoperte dal bianco
della prima neve, come da un lenzuolo lasciato
a se stesso su questo splendido tavolo di rocce.

Luoghi di memoria incolta, ho visto fiori bellissimi
tracce di animali morti nel freddo d’alta quota
di escrementi e lattine d’uomini arresi
anche loro a questa cartolina di terra e cielo.

Non c’è escursione che possa stanare
la cima di quel monte, questo terrificante
annuvolarsi sopra le nostre teste, i nostri
giorni più belli trattenuti solo dal passo
inchiodato tra le pietre e la neve.

martedì 3 novembre 2009

Fila all'itagliana

Le file presso l’ufficio centrale per il Diritto allo studio universitario di Chieti non esistono. C’è ben altro. Un vespaio umano dove ognuno è disattento nel suo piccolo mondo: si racconta, si dialoga, ci si evita, si sta a leggere, a guardare il soffitto, l’orologio e chissà cos’altro. L’unica regola minima da osservare sarebbe quella di chiedere chi sia l’ultimo arrivato per permettere che l’ordine possa comporsi in termini più o meno sufficienti (basterebbe la classica macchinetta automatica che dà scontrini numerati e tutto sarebbe più semplice, ma la semplicità sembra difficile da reperire qua), eppure gli studenti che arrivano si siedono, vanno incontro ai colleghi, aspettano che l’orario di apertura degli sportelli si avvicini per fiondarsi a tutti i costi davanti agli altri arrivati già da un pezzo.
Mi ero abituato male allora mi dico. Nei tre anni precedenti passati a Bologna ho appreso il gusto dell’ordine. Il piacere di ritrovarsi tra le mani il numero 18 o 27 o 4. Il piacere di fare la fila senza controllare che qualcun altro passi avanti, sorpassi senza pudore alcuno né cenno di domanda.
Rifare le file in questo modo, senza senso né ordine, ed osservare giovani della mia stessa età in silenzio o anestetizzati in una calma apparente, in un conformismo villano, ha provocato rabbia e profondi dubbi su quello che ci aspetta nei prossimi anni, su questa mentalità all’”itagliana” che ancora domina per strade, bar, enti pubblici e privati. Una mentalità ricca di semplicità, ma non ingenua, forse ottusa, ma non del tutto indurita. Alla fine infatti, dopo una discussione accesa quest’oggi con una parte di studenti si è riusciti a creare una fila ordinata. Miracolo italiano.

venerdì 30 ottobre 2009

Siamo quel peschereccio














Che mare amore
guarda come siamo uniti
siamo quel peschereccio al largo
d’altri tempi, resistenti all’orizzonte
vacuo e azzurro dopo la tempesta.
Un amore che continua a galleggiare
anche se puoi vedere i nostri anni
più strepitosi portati in volo verso sera.

Non è finito il tempo di dirci sì – aspettami:
sono venuto a regalarti il profumo del pesce pescato
grigliato sulla spiaggia della mia terra
la più bella che ci sia.
E non perdonare l’accento, l’errore, il rotolare
nel dialetto. La lingua che s’adegua al tuo
movimento è solo l’inizio del mio divenire.

Mia maestra, mia grande traversata, vengo da te
non per fuggire ma inanellare una rete
che peschi altro mare.

venerdì 23 ottobre 2009

Recensione a Luciano De Angelis







Leggere questo libro di De Angelis mi ha riportato ai giorni in cui leggevo Nietzsche. Ne “Il viandante e la sua ombra”, il filosofo tedesco dialoga con se stesso, con quella parte di sé che accomuna ogni essere umano, e che pretende una risposta alle domande fondamentali dell’esistenza: verso dove siamo diretti? In che mondo viviamo e, soprattutto, in che modo vediamo la realtà?
Se le questioni sopracitate appaiono oggi più che mai dilemmi a cui non dedicare più molta attenzione, De Angelis offre uno strappo all’imbarbarimento intellettuale della nostra epoca, attraverso un’opera intitolata “d’altro Canto”, appunto a dire che ancora una voce fuori dal coro può esserci, un accenno alle tremende domande millenarie che accompagnano l’uomo, si può dare.
Nel libro il lettore troverà la fusione di poesia e filosofia. Di stile e pensiero. Di canto e di visione.
Troviamo in questa opera una riflessione in forma di versi, una risposta al perché l’uomo sia arrivato a crearsi il proprio Dio, un’accesa visione sulla nostra società troppo attenta ai fuochi fatui.
Non sia lo stile ungarettiano, né la somiglianza all’ermetismo a conferire alla sua poetica una cifra importante. L’opera di Luciano De Angelis appare un caso isolato – d’altro Canto – nel panorama italiano, una vera necessità per i nostri giorni, per gli anni che verranno.

giovedì 1 ottobre 2009

Recensione al libro di Paolo Mastri "L'Aquila 3.32. Gli allarmi inascoltati".






Paolo Mastri è un giornalista serio. Nel libro lo dimostra con i fatti, facendo luce sulla storia, riportando dati, estrapolando documenti, affermazioni, contraddizioni, date, nomi e cognomi. Una serietà che rivela la sua portata nella delicatezza, nel saper coniugare l’atroce dolore di chi ha perso tutto, ed il sottile vento di speranza che si affaccia al di là del tragico evento del 6 aprile.
“3.32 l’Aquila. Gli allarmi inascoltati” è il libro della ricostruzione, un testo per non dimenticare che ricostruire non vuol dire soltanto ripartire da ciò che rimane. Certo, quest’ultimo è un ingrediente importante, offre maggior solidità alle nuove fondamenta dalle quali l’Aquila ogni giorno rinasce. Ma ricostruire, come dimostra il caporedattore de Il Messaggero, è un’operazione ben più complessa. Vuol dire scoprire ciò che non c’era in ciò che c’è stato, affinché ciò che verrà sia migliore di ciò che è già avvenuto.
Il nostro autore si è caricato di una responsabilità pari alla necessità di far comprendere al lettore il quadro degli eventi che negli anni hanno dato significato all’accaduto. Ricostruendo i fatti, a partire da ciò che è mancato in ciò che è avvenuto: gli allarmi che dalla terra, nei mesi precedenti al terremoto, inviavano segnali, troppo evidenti ed inquietanti per alcuni, poco preoccupanti e nella norma per altri; le voci di chi non ha avuto voce nel panorama scientifico contemporaneo e la saggezza popolare troppo spesso dimenticata; la plurisecolare eredità che la storia ha consegnato alla memoria degli abruzzesi e dello Stato affinché ciò che un tempo avvenne potesse servire da lezione per quello che, prima o poi, sarebbe nuovamente accaduto.
Non è un caso che già dalle prima pagine Paolo Mastri sottolinei il ruolo fondamentale che “dirsi tutto è la prima pietra di una lunga ricostruzione”. Egli assegna un mosaico al lettore con la bravura e la serietà di attento giornalista. Cioè non incolpando nessuno né svolgendo alcuni tentativi di perizie giudiziarie. Ha – semplicemente - messo in fila gli “allarmi inascoltati”, il “troppo tardi” che oggi ancora vibra sulle nostre labbra. Ha presentato le enormi questioni che possono attraversare qualsiasi persona credente e non, riportando la domanda che padre Quirino pronunciò dopo il tragico evento (vissuto in prima persona) “dov’era Dio?”, ed avendo l’onestà umana ed intellettuale di non lasciare il lettore sprovvisto di risposte, ma rimarcando le stesse parole di padre Quirino “Dio era dove l’avete messo voi…”.
Paolo Mastri è stato fedele alla sua missione e ricostruisce le oscure trame che attraversano la regione con i poteri della mafia, ponendo sotto gli occhi del lettore le contraddizioni di chi dovrebbe dimostrare coerenza nelle scelte. Ciò a cui assistiamo in questo libro è essenzialmente un gesto d’amore per questa terra ferita. Già, perché ricostruire vuol dire “dirsi tutto” ma soprattutto farlo con onestà e serietà affinché domani l’Aquila possa volare nuovamente. Davvero.



Rivista pubblicata nel numero di settembre nella rivista Abruzzo impresa.

domenica 13 settembre 2009

LIBERAMENTE













Nel suo ultimo editoriale Giovanni De Mauro scrive:
“Ci riuscirono in cinquemila. Nascosti nei bagagliai delle macchine, attraverso tunnel sotterranei, a bordo di mongolfiere, dentro vecchie radio, calandosi con delle carrucole, all’interno di casse per concerti, addirittura con un minisommergibile. Alcuni bambini vennero lanciati, come palloni, oltre i quattro metri di quel muro lungo 155 chilometri. In ventotto anni, oltre tremila persone furono arrestate mentre cercavano di scappare. Le stime delle vittime, invece,sono incerte: si va da un minimo di 98 ad un massimo di 943, a seconda delle fonti. Chiunque vada oggi a Berlino dovrebbe visitare il museo del checkpoint Charlie. Delle tante forme di coercizione tipiche di ogni dittatura, la limitazione della libertà di spostamento è forse una delle più intollerabili. A vent’anni di distanza sembra quasi incredibile che a due passi da noi, nel cuore dell’Europa, le persone non potessero attraversare liberamente una frontiera. Ma ancora più incredibile è che oggi c’è una nuova frontiera invalicabile, ed è la nostra.”
Appena ho letto questo breve articolo, edito su Internazionale di questa settimana (n. 812), ho provato un profondo senso di amarezza e sconforto. Mi sono chiesta se faccio parte anche io di quella parte d’Europa che alza muri di indifferenza invece di eliminare le frontiere. Ok, detta così può sembrare il classico dilemma di chi può permettersi di domandarsi se far entrare o meno “lo straniero” nel territorio nazionale, visto che non sono io a dover fuggire da fame, guerra e povertà. Ma la questione è molto più seria.
Ogni anno in Italia giungono migliaia di persone in cerca di qualcosa che nei loro Paesi di origine sembra dimenticato, sono persone che cercano di emanciparsi da situazioni di degrado estremo e da sistematiche violazioni di diritti umani, declinate nelle più disparate forme di divieti, mancanze, oppressioni.
La sensazione diffusa è di non essere in grado di risolvere la questione, i dilemmi sono tanti ed anche una certa dose di buonismo non manca a confondermi le idee.
Bene! Allora penso..ci sarà chi per me è in grado di prendere queste decisioni amletiche e sono certa che lo farà per il meglio. D’altra parte se tutti questi stranieri vengono in Italia lo fanno perché qui si sta bene, si mangia bene, il clima è adatto ad ogni tipo di persona, le primavere sono dolci, gli inverni regalano nevicate da film, ci sono buone opportunità occupazionali e la possibilità di mandare le rimesse ai propri familiari in attesa che anche loro li raggiungano in questo Paese dei balocchi.
Mi stendo tranquilla sul divano, con lo stesso sollievo di chi è convinto che il problema non lo riguardi, ed accendo la televisione.
A parte la morte di Mike, i telegiornali sono dominati dal dibattito sull’immigrazione e sugli scontri verbali tra Bossi e Fini. Si, gli stessi politici che solo nel 2002 firmarono a riguardo una legge insieme, ora si scontrano su posizioni completamente divergenti.
Mi accorgo che qualcosa che non va, che anche nel Paese dei balocchi c’è qualcuno dalla memoria corta e dallo scarso senso di solidarietà, che forse non merita di occupare i posti di rappresentanza (la nostra!!!) e che allora tutti questi “stranieri” che sbarcano in Italia potrebbero non ottenere ciò che desiderano per vivere.
Solo che ciò che loro vogliono per vivere non è oro, pietre preziose e diamanti (cose che invece noi occidentali pretendevamo di avere con ogni violenza quando abbiamo colonizzato i loro territori e li abbiamo privati di umanità e identità). Ciò che loro vogliono per vivere è la vita stessa, qualcosa che per noi è scontato, mentre per tanta parte della popolazione del nostro pianeta non lo è nella maniera più assoluta.
Forse dovremmo chiederci che senso ha per noi la vita, capire che ogni uomo, ogni persona, ha il diritto di vivere e di farlo nel migliore dei modi possibili e che quando questo non avviene, ognuno di noi ha il dovere di quantomeno di interrogarsi e di provare a pensare che cosa si può fare per non cadere tutti ancora più in basso.
Il Parlamento italiano, con la legge n. 61 del 15 aprile 2005, ha dichiarato il 9 novembre “Giorno della libertà” quale ricorrenza dell’abbattimento del Muro di Berlino, evento simbolo per la liberazione di Paesi oppressi e auspicio di democrazia per le popolazioni.
In occasione del “Giorno della libertà” vengono annualmente organizzate cerimonie di commemorazione e momenti di approfondimento nelle scuole al fine di illustrare il valore della democrazia e della libertà e gli effetti nefasti dei totalitarismi passati e presenti.
Ma siamo certi di poter ancora essere un Paese che può permettersi di dare lezioni in merito?


Post scritto da: Dona.

domenica 6 settembre 2009

Arriva tutto



Delle cose importanti in casa non parlavamo. Solo quando i fatti prendevano il sopravvento in una congiunzione di strane casualità interrompevamo la nostra inerzia quotidiana e affrontavamo problemi che magari da anni covavano nell’ombra. Il motto di mia nonna – “Arriva tutto, basta saper aspettare” – finiva per funzionare più che altro per le botte di sfiga, pensavo io. Ma nelle nostre vene scorreva quell’indolenza e quel fatalismo dei paesi poveri dei Pirenei, dove tutti gli abitanti si comportano come nobili decaduti e rassegnati dinanzi ad un futuro che non merita grandi sforzi. Perché sicuramente quel futuro non avrebbe restituito loro quanto gli era stato tolto in un certo momento del passato. Mio padre diceva che le persone di montagna hanno il sangue più denso perché il sangue compensa la carenza di ossigeno dell’aria producendo più globuli rossi. E quando diceva questa cosa del sangue denso guardava me e mia madre. Non guardava né Paco né Marìa. Nelle vene di Marìa scorreva soprattutto una gran quantità di eroina. La quantità aumentava e i suoi piccoli furti dovevano inevitabilmente diventare gravi. L’avevano cacciata dal lavoro. a sentir lei, il capo era uno stronzo che sfruttava le cameriere. Io invece immaginavo che l’avessero licenziata perché aveva rubato soldi dalla cassa, ma finchè non sparì la Nikon che mi aveva regalato mio padre per la maturità non mi arrischiai a sollevare l’argomento con mia madre.
Il caso volle che della scomparsa della Nikon mia madre trovasse diverse siringhe insanguinate in un cassetto mentre cercava di mettere un po’ d’ordine nell’armadio di Marìa. Mi gridò di correre subito lì, e quando entrai nella camera stava piangendo in ginocchio per terra, davanti a un cassetto aperto, ma non mostrò né ripugnanza né paura quando prese le siringhe per buttarle nella spazzatura dentro un tetrapack del latte Sali. Marìa ci mise settimane, mesi, ad ammettere di avere la scimmia. Ogni volta che toccavo il tema si metteva a gridare e a insultarmi, e finiva per andarsene sbattendo la porta. Era convinta che non sarebbe morta per la droga ma d’infarto, come mio padre, mia nonna paterna e mio nonno materno.
Un giorno si chiuse in bagno e a me venne il sospetto che si stesse bucando. Decisi di entrare senza bussare, la porta non aveva catenaccio da quando mia madre era rimasta chiusa dentro e dovemmo forzarla perché lei si era fatta prendere dal panico al punto da non riuscire più a sbloccare la maniglia. Trovai Marìa con una siringa piantata nel braccio e una cravatta di mio padre legata sopra il gomito. Il suo sguardo nel vedermi entrare mi parve di gratitudine , o forse era semplicemente di sollievo perché cominciava a sentire l’effetto del buco che era coinciso con la mia repentina comparsa. Disse che non sarebbe mai andata al Progetto uomo, che preferiva stare alla larga dai cattolici. Che ce l’avrebbe fatta da sola.
Quel giorno chiusi la porta di casa a chiave e le tolsi la sua con una grande stretta al cuore, anche sera quello che mi avevano detto di fare. Pensai al lucchetto che aveva avuto alla porta di camera sua quando eravamo ragazzine e che alla fin fine non era servito a molto.
Marìa non cercò mai di scappare nelle due settimana in cui rimase segregata. Se ne stava quasi sempre sdraiata a letto o sul divano e mangiava pizze congelate o i panini che mia madre comprava al Bar Circo o al Mesòn de la Tortilla. Quei bar erano più o meno sulla sua strada tornando dal negozio.
I giorni festivi, per stanca che fosse dopo le sue solite pulizie generali, usciva apposta per andare a comprare quei panini perché erano quelli che Marìa preferiva.
Il volto di mia madre era contento quando vedeva mangiare Marìa, che non parlava quasi più. Non si lamentava nemmeno. La vedevano ingrassare e pensavamo che fosse ormai in slavo dal futuro nero che presentivamo.






Tratto dal libro di Cristina Grande, Natura infedele, Ed. Marcos y marcos.

mercoledì 2 settembre 2009

Intervista a G. Marinelli - ovvero la "filosofia in pratica"







La persona a cui ho chiesto di rispondere alle mie domande è un'esponente di primissimo rilievo nel panorama internazionale riguardante la filosofia pratica ed il Counseling Filosofico. Giancarlo Marinelli, insegnante di filosofia in un liceo a Terni, Counselor filosofico (abilitato da Sicof) e direttore responsabile della Scuola Umbra di Counseling filosofico a Roma, è una persona anzitutto delicata: qualità strana per un filosofo. Una persona che sembra abbia compreso il segreto della filosofia, intesa come pratica per la vita, per il bene della vita. Un saggio, si direbbe.
In questa intervista si toccano tematiche di grande importanza che ancora oggi sono irrisolte. Mi scuserete allora della insuperabile parzialità delle risposte, invitandovi a partecipare sollevando dubbi e proponendo riflessioni personali sulle questioni che vengono trattate.

Buona lettura.


- Mentre i giorni continuano a passare inesorabilmente mi accorgo che qualcosa sta cambiando. Compro i giornali nazionali, riviste che si occupano di benessere e cura dell’uomo, e sento parlare di Consulenza filosofica. In Italia in particolare, esiste il Counseling filosofico, del quale lei costituisce uno tra i maggiori “promotori”. Quali sono le differenze tra le due discipline, tra il Counseling filosofico e la Consulenza filosofica?


Vorrei iniziare la risposta con una battuta: il counseling filosofico è la filosofia che non ha paura di mantenersi aperta, che non ha paura di attivare e mantenersi fedele a quei “discorsi senza padrone” che già secondo Platone ( o meglio secondo Socrate) caratterizzano il modo di parlare e di vivere, del cercatore della Saggezza (SOPHIA). E’ una delle infinite possibili forme (ma storicamente determinate, alcune di fatto già date) in cui la filosofia ritrova ma anche raggiunge il suo destino di apertura totale. Talvolta quello che in Italia prende il nome di consulenza filosofica anche se a parole afferma cose simili poi di fatto si barrica in una purezza che più che essere filosofica è “accademica”, “specialistica” e tesa in tal modo a “fare bottega”.
I discorsi senza padrone quelli che davvero, come dice Socrate “servono l’uomo” e che non si basano sul comprimere e asservire l’ispirazione e i bisogni del singolo uomo, conducono fatalmente l’uomo verso le zone di confine, e oltre esse, comprese le zone di confine tra una disciplina e un’altra (soprattutto, nel nostro caso, le zone di confine e di intersezione tra filosofia e psicologia), e questo ovviamente solo a patto di saper tener conto, anzi di potenziare, e mantenere attivo lo specifico di ogni disciplina, di ogni ente-scienza. L’apertura, il dialogo in senso radicale, mantenersi fessurati, con i legami liberi non significa infatti trascurare la natura di ogni singolo elemento ma paradossalmente attuarlo, significa spingerlo verso la sua realizzazione ulteriore, attuarlo di più.



- Nella sua esperienza di Counselor, chi è la persona che si rivolge a lei e perché?


Chi nella sua dimensione quotidiana vive la relazione di aiuto, di chiarificazione trova sempre anche se non lo avesse deciso in anticipo che c’è un tipo di persone con cui si trova a che fare, c’è sempre un tipo ricorrente di persone (e questo riguarda anche chi fa psicoterapia, ma anche, ho diverse testimonianze a riguardo, anche chi fa consulenza di lavoro) e non deriva solo dal cercare una specializzazione. Anzi la specializzazione nelle proprie aree di intervento è, credo, più una conseguenza che una causa di questo innegabile fatto di ritrovarsi con uno o alcuni tipi di persone che per lo più ti cercano e che porti avanti.
Per me come è caratteristico del counseling filosofico ricorrono spesso persone che hanno dei malesseri abbastanza chiari e che però con una certa naturalezza iniziano a sgranchirsi, a rasserenarsi accettando di iniziare un cammino di chiarificazione esistenziale, un’esplorazione affascinante dei loro vissuti, a cominciare da quelli che gli fanno più difficoltà. Spesso si tratta di malesseri depressivi, di tristezza, di stasi nelle azioni, di demotivazioni…



- Viene subito da chiedersi come mai la filosofia ad un certo punto si sia “risvegliata” e abbia ricominciato ad occuparsi dell’uomo, della quotidianità, dei problemi affettivi, relazionali e lavorativi. Alcuni esponenti (come Galimberti) associano questa “scesa” in campo della filosofia come un percorso obbligato, conseguente al fatto che la psicoanalisi e le psicoterapie non offrono più degli strumenti adatti per la cura della persona. Lei condivide questa posizione? Esiste una differenza, anche di metodo e di indagine, tra le due discipline?

Il problema della psicoanalisi e delle psicoterapie intese in senso specifico è che creano e spesso ricercano una certa dipendenza che lasciano poi alla base del percorso terapeutico. Ma questo atteggiamento risulta depauperare la stessa terapia: questo perché è un percorso di terapia dell’anima e mancare proprio nello sviluppare autonomia e libertà sia pure e proprio dentro la promozione di forme di relazione rappresenta senz’altro un blocco dello stesso significato di fondo, dello stesso senso di cura dell’anima che è caratteristico della psicoanalisi e delle psicoterapie. E questo nonostante l’indiscutibile fatto che la cura dell’anima, l’approfondimento anche filosofico della conoscenza di sé stessi abbia trovato nella psicoanalisi e nelle psicoterapie dei profondissimi sviluppi (basta ricordare che Jung considerava la psicoanalisi una forma aggiornata dell’atteggiamento socratico del “conosci te stesso”), un atteggiamento che la filosofia moderna, occorre avere l’onestà di dirlo, ha spesso disatteso.
Promuovere l’autonomia, comunque, puo venire solo dall’avere fiducia in essa, e questo può venire solo da impianti epistemologici, teorici, può venire solo da una base ideale che ne sappia tenere conto, che la sappia mettere in conto, che la sappia pensare, sentire, evocare, e in questo senso la sappia intercettare, cogliere e dunque promuovere, sollecitarla, laddove essa si mostri pesantemente e coscientemente appannata. E questo significa, in una parola: filosofia. Anche se una filosofia che sappia davvero seguire ispirazione e discorsi “senza padroni”, che non si trinceri più dietro nessuna specializzazione. Una filosofia che sia come ha scritto recentemente Ran Lahav, anche una “trans-philosphia”, un termine che vuole solo significare nel modo più pregnante e temerario che la ricerca della sapienza concreta esistenziale della problematica della vita in generale, e della vita di ognuno si deve sempre anche esprimere come un superamento un non cadere, anzi non rimanere in nessuna gabbia, nemmeno nelle gabbie concettuali e teoriche delle varie specializzazioni, dei ruoli intellettuali, ecc.



- Una delle caratteristiche del Counseling filosofico, rispetto alla Consulenza filosofica, è di non lasciare il sapere della psicologia ai soli psicologi, ma di condividerne alcuni aspetti. Come mai il Counseling filosofico non può fare a meno di questa disciplina?


Da quanto detto sopra mi sembra, poi, (per rispondere all’ultima delle tue preziose domande) che una filosofia che si impedisca di seguire le risonanze con le altre discipline anche dove palesemente ne va dell’ampliamento della comprensione del mondo umano, sia, per usare un’immagine psicoanalitica, più che una filosofia una auto-castrazione, un auto-castrazione della propria autocoscienza.
Un simile atteggiamento più che una nuova filosofia concreta, più che una vera pratica filosofica, sembra una fuga di fronte alle ispirazioni profonde della filosofia che si è sempre spinta verso i confini e al di là di essi, per rendere sempre più fluidi ( e nient’affatto cancellare) ogni confine, e profondamente inadempiente a livello di cura dell’anima (come se un chirurgo nello sviluppare la sua disciplina la conoscenza e le tecniche della sua disciplina si rifiutasse di interessarsi, di tener conto e di assimilare, per quello che può, all’interno della sua disciplina, le scoperte e i risultati degli studi della biochimica, o della medicina che riguarda il metabolismo, o anche solo di tenere conto, e di studiare, per quello che è di sua competenza, l’impatto che l’ambiente psicologico può avere sugli individui soggetti ad interventi o nel decorso posto-operatorio)…Più che una nuova filosofia, è una vecchia saccenteria.